lunedì 5 novembre 2007

4 novembre - Il discorso di commemorazione del Sindaco

Che senso ha, oggi, nel 2007, ritrovarsi di fronte a questo monumento per questa commemorazione. Guardiamoci e contiamoci: poche decine di presenti rispetto al numero dei residenti del nostro paese. Siamo in pochi, come se questa commemorazione fosse solo per pochi. Forse qualche decina di anni fa la presenza dei cittadini a questa commemorazione così come a quella del 25 aprile era più numerosa. Ho visto alcune foto scattate negli anni settanta che ritraevano il corteo di quanti si incamminavano verso il monumento ai caduti per la posa della corona dei fiori. Borghetto era un paese più piccolo allora ma i suoi cittadini rispondevano con un’adesione più convinta e partecipata in giornate come questa, fondamentali per la vita della nostra Repubblica e della nostra democrazia.
Certo, sono cambiati i tempi e forse è proprio il tempo ad aver risagomato il ricordo della guerra che a 62 anni di distanza rimane lontano e nascosto nella nebbia della memoria. Dopo il 1945 sono nate e cresciute generazioni che, grazie a Dio, non hanno conosciuto la guerra e quindi non ne hanno consapevolezza. Nessuno, se non i pochi rimasti di chi la guerra l’ha vissuta, ha più il senso di cosa abbia significato e cosa significhi la guerra e di quale tributo di morte, di lacerazione, di povertà e di pianto sia creditrice. Forse è per questo che i nostri cittadini si sentono distanti e distaccati dal dovere di una commemorazione come quella di oggi.
Intendiamoci bene: da questo punto di vista la loro assenza è positiva, è il segno di salute di una generazione che non è mai stata infettata dal morbo della guerra e quindi non ne sente il richiamo.
Che senso ha allora, nel 2007, la nostra presenza qui? Che senso ha la posa di questi fiori? Che senso ha questo discorso di commemorazione?
Il pericolo, grave, è che assieme al ricordo si perda il significato di giornate come questa, che diventi insignificante la necessità di fare memoria della tragedia della guerra e di rendere onore a chi per la causa della pace ha sacrificato la propria esistenza, i propri affetti ed i propri sogni. Dobbiamo essere qui oggi e lo saremo negli anni a venire perché risuoni forte il monito a chi la guerra non l’ha conosciuta ad adoperarsi affinché venga rafforzata la cultura della pace, la volontà di impegnarsi perché mai più i nostri figli debbano fare i conti con le macerie che ogni conflitto porta come indesiderato prezzo da pagare.

“L’orrore delle guerre mondiali dovrebbe scuoterci dal torpore e orientare la nostra volontà e le nostre speranze verso un’era in cui non ci sia più guerra. Volontà e speranza avranno un solo esito: il conseguimento, grazie a un nuovo spirito, di una coscienza più elevata, che ci impedisca l’uso mortale del potere in nostro possesso...”
Queste sono le parole che Albert Schweitzer, medico, filosofo, teologo e grande e riconosciuto filantropo, un umile gigante della cultura europea del secolo passato, ha pronunciato in occasione della cerimonia per il conferimento del premio Nobel per la pace nel 1954. Non esiste una guerra giusta. Non esiste motivo, non esiste giustificazione perché il potere di un popolo e di una nazione si trasformi in potere di morte. Esiste e va perseguita con ogni energia la volontà di pace, la volontà di rispetto e di condivisione. Esiste lo spirito dell’uomo e la sua coscienza che deve far proprio ogni giorno il desiderio di pace e deve incarnare i valori di fratellanza e di rispetto della vita, della vita di ogni uomo, a qualunque credo, cultura e nazionalità appartenga.

Come ogni anno, nel giorno dedicato alla memoria dei nostri cari defunti, ci ritroviamo qui per rendere un doveroso tributo ai Caduti di tutte le guerre e a coloro che hanno dato la propria vita in nome della Patria. La cerimonia odierna è l’omaggio, sincero e profondo, ai combattenti e alle vittime dei conflitti che hanno insanguinato il secolo scorso, lasciando un’impronta indelebile nella storia della nostra civiltà e testimoniando, per ciascuno di noi, il valore dell’esistenza umana.
Come scriveva Cesare Pavese, “ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”. Per questo, oggi, il pensiero del sacrificio di donne, uomini e ragazzi che non abbiamo conosciuto si intreccia prepotente al dolore privato che ciascuno di noi serba nel cuore.
In questi istanti di raccoglimento e preghiera, non possiamo che ribadire il rispetto per la dignità della persona, la rivendicazione unanime del diritto alla vita, la volontà di garantire che, in ogni angolo del mondo, la gente possa fare progetti per il domani. Costruire il proprio futuro senza lo spettro di quella labilità che assume forme e volti diversi: un attentato terrorista tra le bancarelle di un mercato, una bomba che sventra i tetti di un villaggio, un terreno minato che salta sotto i piedi di un bambino.
I Caduti che oggi commemoriamo, con autentica partecipazione alla sofferenza delle loro famiglie, ci insegnano che siamo chiamati a perseguire la pace nella quotidianità, condividendone il signficato con le giovani generazioni, trovando il coraggio di acquisire la consapevolezza e la sensibilità che non sempre, dal passato, abbiamo saputo imparare.
Vorrei concludere, dunque, con le parole che Sandro Pertini pronunciò nel suo discorso di insediamento come Presidente della Repubblica, nel luglio 1978, intrise ancora oggi di una valenza che scuote le nostre coscienze di cittadini e rappresentanti delle istituzioni: “L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire”.

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